Ci sono storie che nascono dall’indignazione, ma non si fermano alla rabbia del momento. La usano come lente per osservare il mondo con più lucidità. Antonio, voce dietro Il Celiaco Indignato, ha scelto l’ironia come linguaggio e l’osservazione quotidiana come strumento, trasformando la celiachia in un punto di vista capace di smontare automatismi e frasi fatte.
Nel suo racconto l’ironia diventa anche un modo per scavare: nelle dinamiche sociali, nei riflessi psicologici e in quelle tensioni silenziose che accompagnano la quotidianità di chi è celiaco, ben oltre il piatto.
Tra consapevolezza che cresce, cultura che cambia e un sopracciglio sempre pronto ad alzarsi, questa intervista è un invito a guardare la celiachia con meno superficialità e un po’ più di attenzione.
Perché a volte indignarsi non è perdere la calma, ma iniziare a capire.
1. Partiamo dall’origine dell’indignazione: quando la celiachia è entrata nella tua vita e cosa ti ha portato a trasformarla con il tuo stile di racconto ironico e pungente?
Salve a tutti, qui è Antonio, ma probabilmente mi conoscete come l’Indignato, ovvero Il Celiaco Indignato. Faccio una piccola premessa: in questa intervista parlerò in prima persona e non in terza, come faccio di solito per rappresentare la figura dell’Indignato.
Per quanto riguarda la celiachia e l’origine della mia indignazione: sono celiaco e l’ho scoperto nel 2019, ma probabilmente lo sono da quando ero adolescente. Dico questo perché sono quasi asintomatico, ma fin dall’adolescenza ho avuto problematiche come fitti all’addome, problemi dermatologici, perdita di peso, vomito e situazioni simili, che sono sempre state giustificate con altre cause e mai con la celiachia.
Nel 2019, avendo anche psoriasi e vitiligine, la mia dermatologa mi fece fare delle analisi di approfondimento perché, secondo lei, quando sono presenti due malattie autoimmuni c’è una buona probabilità che ce ne sia una terza, come la celiachia, l’intolleranza al lattosio o il tiroidismo di Hashimoto. Feci le analisi e, diciamo, feci tombola: risultarono tutte e tre.
Da lì è iniziata la mia vita da celiaco. L’indignazione, invece, è nata quasi un anno dopo. Era pieno periodo Covid, zona rossa, coprifuoco, non si poteva uscire. Per occupare il tempo, oltre ad aprire altre pagine, ho iniziato a ripensare a una serie di situazioni che avevo vissuto e che mi erano capitate, e che hanno fatto crescere in me l’esigenza di dire la mia, di raccontare cose che secondo me non funzionavano.
Lo stile ironico e pungente è nato quando ho acquisito la consapevolezza che nella vita c’è di peggio, che di celiachia non si muore, ma che è soprattutto un problema sociale. Quindi cerco sempre di prendere il tutto con ironia e leggerezza. Poi però ci sono situazioni che, nonostante tutto, ti fanno comunque arrabbiare e indignare.
2. Nei primi tempi, qual è stata la situazione che ti ha fatto indignare più di tutte?
Una delle cose che mi ha fatto indignare di più all’inizio è stata una sofferenza interna legata a un aspetto esterno. Da quando ho scoperto di essere celiaco, a casa non ho mai avuto problemi di alcun tipo.
Ovviamente la famiglia ha dovuto essere istruita: mia mamma che cucinava, mio padre, ma anche io stesso ho dovuto imparare, così come gli altri membri della famiglia, a fare attenzione alle briciole, alla contaminazione e a tutte queste cose. Però a casa mi sono sempre sentito sicuro, anche perché oggi viviamo in un periodo storico fortunato in cui, per il senza glutine, c’è davvero di tutto, soprattutto per la gestione domestica.
La cosa che mi faceva soffrire e indignare di più era il fatto di non poter più mangiare fuori casa in modo sereno e spensierato. Quella era la cosa che mi faceva arrabbiare di più. Ricordo che pochi mesi dopo la diagnosi andai in vacanza in una provincia della Puglia e non c’era nulla: nessun locale senza glutine, nessuno che sapesse cosa fosse la celiachia o il senza glutine.
Mentre i miei amici mangiavano fuori, io ero costretto a tornare a casa affamato e cucinarmi da solo. Questa è stata una cosa sicuramente indignante, ma anche molto triste, perché la celiachia invalida soprattutto a livello sociale. Non poter condividere un bel momento con gli amici, soprattutto in estate, è una cosa che fa male. È una delle cose che, fin dall’inizio, non ho mai tollerato.
3. C’è un episodio che ti ha fatto capire davvero cosa significa vivere da celiaco, uno di quelli che oggi racconteresti con la tua ironia?
Più che un singolo episodio, è una situazione che si ripete spesso ed è una delle prime cose di cui ho parlato: il celiaco sembra non essere destinato ai dolci.
Ricordo una cerimonia, credo fosse un matrimonio. Durante il pranzo c’era stato un menù senza glutine alternativo, anche di buon livello. Ma arrivati al momento del dolce, mentre tutti si godevano il dessert, al celiaco veniva consegnata la frutta.
All’inizio può sembrare triste, ma poi diventa quasi comica, perché non si capisce perché, nella concezione di certi ristoratori, la frutta debba equivalere al dolce per un celiaco. Spesso succede anche che alla cerimonia venga servita la frutta e poi il dolce, mentre al celiaco viene data una doppia porzione di frutta. È una cosa che sembra simpatica, ma in realtà non lo è affatto.
4. Nella tua giornata tipo, qual è il momento in cui la celiachia fa scattare il tuo “sopracciglio indignato” più del solito?
Il momento in cui mi si alza di più il sopracciglio è quello che non ti aspetti, perché dovrebbe essere il tuo luogo sicuro: casa. Il rischio per il celiaco, però, è sempre dietro l’angolo.
In famiglia, soprattutto quando ci sono persone che mangiano glutine, si attiva in automatico quella spia che ti porta a controllare briciole e contaminazioni. Ci sono ancora errori banali, piccole sciocchezze, gesti automatici che potrebbero mettere in pericolo il celiaco, ma che non vengono davvero assimilati.
Quindi c’è quel fastidio di dover ripetere sempre le stesse cose, nonostante se ne sia già sottolineata l’importanza. Ed è lì che ti ritrovi con quella faccia che dice: “Vediamo anche oggi cosa succede”.
5. Mangiare fuori può essere un campo minato: come ti muovi e quali strategie hai sviluppato nel tempo?
Mangiare fuori è un argomento molto triste per me. Mi è sempre piaciuto uscire, viaggiare, fare una gita fuori porta e fermarmi in un ristorante dicendo: “Secondo me qui si mangia bene, andiamo”. Questa cosa, per un celiaco, non si può più fare, e manca tantissimo.
Secondo me uno degli aspetti più critici dell’essere celiaco è proprio la mancanza di tranquillità e serenità nel sapere che ovunque tu vada troverai qualcosa da mangiare. Oggi tutto è strategia e pianificazione: capire dove si va, quali ristoranti ci sono, se hanno alternative senza glutine e se garantiscono la non contaminazione.
A volte bisogna anche valutare il sovrapprezzo, che in certi casi è enorme e non sempre giustificato dalla qualità. Ormai, se so che devo andare in una città o in un posto specifico, mi informo tramite altri creator, sui social o su Google, usando parole chiave come “nome città senza glutine”. Controllo recensioni, TripAdvisor e, se serve, faccio un ultimo passaggio parlando direttamente con il ristoratore.
Rispetto alla vita di un non celiaco, c’è decisamente molta più strategia e pianificazione.
6. Da quando porti online il tuo punto di vista sulla celiachia, hai notato passi avanti nell’inclusività alimentare?
I motivi per indignarsi ci sono sempre, ma l’obiettivo della mia pagina è arrivare a un punto in cui non ci sarà più nulla per cui indignarsi. A quel punto saluterò tutti e mi godrò la mia vita da celiaco, magari trasformando il progetto in qualcos’altro.
L’obiettivo è vivere una vita serena, al pari dei non celiaci. Detto questo, sì, la situazione è migliorata tantissimo. In questi sei anni di attività molte cose sono cambiate, non grazie a me singolarmente, ma grazie al lavoro di tutti noi creator: il bombardamento mediatico, il dialogo con i ristoratori e con gli esperti del settore ha fatto luce su molte problematiche.
A volte mi capita persino di fare fatica a indignarmi, ma poi l’indignazione è sempre dietro l’angolo. L’importante è che, col tempo, le occasioni siano sempre meno.
7. Qual è il fraintendimento sulla celiachia che ti manda in modalità “indignato d’ordinanza” più spesso?
Sicuramente tutto ciò che riguarda la sintomatologia, gli sgarri e la contaminazione. Lo racconto perché lo vivo sulla mia pelle.
Essendo quasi asintomatico, spesso dall’esterno si pensa che, non avendo sintomi evidenti, si possa anche abbassare l’attenzione: fare uno sgarro, non preoccuparsi troppo della contaminazione, tanto “non succede nulla”. È come se esistesse l’idea di un celiaco più “libertino”.
In realtà non si capisce che, indipendentemente dai sintomi, il danno interno c’è sempre. Che io stia bene o che un’altra persona stia male dopo una briciola di pane, il sistema immunitario si attiva comunque e l’intestino subisce un danno.
Non esiste il concetto di “meno glutine fa meno male”. Il sistema immunitario si attiva appena il glutine entra nel corpo. Posso essere asintomatico o sintomatico, ma per il mio organismo il danno c’è sempre.
Questo è un aspetto che molti non comprendono e che porta a comportamenti poco attenti, soprattutto nella gestione degli alimenti senza glutine, spesso senza cattiveria, ma per mancanza di consapevolezza.
8. Anche i celiaci indignati hanno un comfort food o un posto sicuro: qual è il tuo?
Anche i celiaci indignati hanno un comfort food e un posto sicuro. Il mio, come sanno i follower, è tutto ciò che riguarda i tuberi: patate, patatine fritte, fritti in generale, panini, pizze. Insomma, tutto ciò che rientra nello street food, nel cosiddetto “cibo spazzatura”, tra virgolette.
Nel corso degli anni ho trovato tantissimi posti sicuri, dove mangio in totale tranquillità, senza preoccuparmi della contaminazione o di stare male. Sono luoghi in cui, come dico spesso, l’indignazione resta fuori dalla porta.
E poi c’è casa mia. Nonostante quei momenti da sopracciglio indignato, oggi per la gestione domestica c’è davvero di tutto. Quando sei celiaco e c’è attenzione verso di te, anche nei piccoli gesti, a casa puoi fare davvero di tutto e sentirti al sicuro.
9. Se potessi parlare al te del passato, quale verità indignata (ma utile) gli racconteresti sulla celiachia?
Più che una verità indignata, parlerei di una verità legata alla disinformazione culturale. In Italia la dieta mediterranea si basa molto su grano, frumento, farina 00: pasta, pizza, pane.
Siamo cresciuti con l’idea che “con il glutine è buono, senza glutine non è buono”. Che il senza glutine sia insapore o fatto con chissà cosa. Questa idea viene trasmessa a tutti, celiaci e non.
Negli anni, viaggiando e provando tanti posti, posso dire con certezza che non è così. Il senza glutine può essere buono. Lo dico da persona che ricorda i sapori dei prodotti glutinosi e che fa continuamente confronti con quei ricordi.
Ci sono prodotti senza glutine eccellenti, così come esistono prodotti glutinosi che non sono all’altezza. Direi quindi al me del passato che anche il senza glutine può essere buono, perché ci sono persone che studiano, sperimentano e ci mettono anima e cuore.
Essere celiaci significa anche abbandonare alcune tradizioni, ma questo non vuol dire non poterne creare di nuove.
10. Guardando alla community senza glutine, cosa ti energizza di più oggi?
Mi dà energia vedere che sempre più persone stanno capendo la situazione e che questa consapevolezza arriva ovunque, anche nei locali. La celiachia è sempre più diffusa, anche perché ci sono molti casi ancora non diagnosticati.
Vedere sempre più locali che si adattano e offrono alternative senza glutine è incoraggiante. Un esempio semplice: oggi molte pizzerie aprono direttamente con un forno dedicato al senza glutine, cosa impensabile anni fa.
Questo non significa che il lavoro sia finito: c’è ancora tanto da fare e tante problematiche da risolvere. Però siamo ottimisti.
Di celiachia non si muore, ma si rischia di morire socialmente, perché ci sono situazioni che mettono in imbarazzo e fanno sentire in colpa. Quando si esce, invece, dovrebbe essere un diritto di tutti godersi una cena, un pranzo, un panino con amici, partner o famiglia, lasciando l’indignazione a casa.
Conclusione
Se vi fa piacere supportare la mia missione e le attività che porto avanti, vi invito a seguirmi su Instagram e sulle altre piattaforme social in cui sono presente, così da restare aggiornati sui progetti e sulle novità.
Grazie mille, e mi raccomando: non fate indignare l’Indignato.

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